Ma è difficile spiegare il significato, la differenza tra l'essere in un luogo di vacanza per lavorare e l'andarci, appunto, per vacanza.
I "beato te" mi ricodano quelli che abbiamo recitato ai ragazzi che lavorano nei villaggi, sempre con orari impossibili per chiunque, non comprendendo le ragioni di certi sorrisi abbozzati mentre probabilmente nel loro profondo un vaffanculo ce lo stavano dicendo.
Perché il lavoro, il più bello del mondo, il più soddisfacente che ci sia, quando ti strappa al tuo tempo, ai tuoi affetti, alla tua vita, resta comunque qualcosa di odiabile, bello e odiabile ma lavoro, mezzo di sostentamento, veicolo attraverso il quale procurarsi la vita che ci si lamenta di avere lasciato e questo nonostante il sole, il mare, i colleghi adorabili, un lavoro che chiamarlo tale ti pone al limite della blasfemia.
Però tra qualche giorno lasceremo Creta e per poco meno di una settimana si torna a casa, allo yogurt in frigorifero, al bucato da stirare, alla valigia appena comprata e già spaccata dagli addetti ai bagagli in aeroporto alla prima uscita pubblica da tornare a riempire per un'altra tappa che durerà il doppio.
Al telefono, alle email, per dimezzare le distanze, alle incomprensioni, agli errori che si fanno nel tentativo di essere presenti anche lontani esagerando fino all'eccesso in presenza, inabili a gestire affetti e rapporti a qualche migliaio di chilometri per paura di non essere all'altezza, di non essere abbastanza, esagerando fino al troppo che storpia.
In Grecia le Marlboro costano 3 euro, si potrebbe passare il tempo accedendo sigarette per non mandare altro in fumo aspettando domenica e sperando che sia ancora come quella che si è lasciato, che si è desiderato.